Stimoli
Linguetta #216 / Attraversiamo gli albi illustrati "Yeti" e "Mio nonno sta svanendo" per renderci conto della forza delle domande, capaci di generare imprevedibili traiettorie.

Ehilà, eccomi con una nuova Linguetta!
Poche settimane fa, durante una lettura con bambine e bambini di età compresa tra 7 e 10 anni ho fatto quello che faccio di solito: preparare un po’ di albi illustrati, messi all’impiedi attorno a me, per disegnare il panorama che ci aspetta.
Siamo in libreria, circondatə da scaffali pieni di libri, che spesso attirano lo sguardo di bambine e bambini, quando a un certo punto un bambino mi chiede: “Possiamo leggere quello grande lassù, con la scritta yeti?”.
Leggere ad alta voce è cogliere i segnali, immergersi nell’attenzione vibrante.
A ogni lettura, io mi preparo un gruppetto di albi, questo è da un sacco di tempo che non lo leggo, comunque assecondo il desiderio e lo prendo.
Si tratta di Yeti scritto da Taï-Marc Le Thanh e illustrato da Rébecca Dautremer (traduzione di Guia Pepe, Rizzoli, 2017).
L’albo è di grande formato (29,8 x 36,5 centimetri) ed è congegnato più o meno tutto così:
due pagine con un testo breve affiancato da una tavola illustrata
poi una tavola che occupa le due pagine successive
La storia è quella di una ragazza che racconta del suo forte desiderio di incontrare lo yeti, di capire chi è, che cosa sente, se la starà aspettando.
Non ci si può opporre alla forza generativa di un desiderio, che ci muove alla ricerca di quello che ancora non sappiamo.
Ed è così che comincia questa storia, con una ragazza in cerca di uno yeti, ma che a ogni pagina è accompagnata dalla stessa figura dello yeti.
Scuola è ovunque
C’è una sintonia rara tra i testi di Taï-Marc Le Thanh e le immagini Rébecca Dautremer, e forse in questo caso è ancora più vero il principio che muove gli albi illustrati: è l’immagine che conduce.
Per questo, leggere ad alta voce è un esercizio continuo a sganciarsi dalle certezze alfabetiche per addentrarsi sempre più a fondo in una storia, anche sporcando la nettezza della trama, in risposta a quello che succede.
Quella mattina, insieme a quel gruppo di bambini e bambine ho visto questa cosa materializzarsi.
Perché a ogni giro pagina verso la tavola composta soltanto di immagini succede che emergono domande e riflessioni, decine di pensieri che spuntano come funghi:
Ma che cosa sta facendo la ragazza?
Perché lo yeti la segue?
Dove sta andando?
Ma le altre persone non lo vedono?
Lo yeti è un pensiero?
Ha fatto il ghigno perché è arrabbiato.
No, è una faccia da mostro che gli altri però non possono vedere, è solo per lui.
Il bus non sembra lo stesso.
È vero, guarda la luce come cade dal finestrino.
La neve qui sembra ruvida e sporca (è ombreggiata, n.d.a).
A me sembra la texture della pelle.
Quella che cos’è?
Uno sperone di roccia.
Per me sono ali di aquila cristallizzate.
Sono tipo rocce con intorno strati di gocce che sono diventate ghiaccio.
Ma il ragazzino se n’è andato perché aveva paura?
E adesso la ragazza dov’è che arriva, in vetta?
Vorrei averli segnati tutti quei pensieri, ma anche da questo sbiadito pulviscolo di ricordi diventa evidente una cosa: lo stimolo agisce dentro di noi, ci trasforma ed è già un modo di fare scuola.
La cosa speciale di quel momento di lettura è vedere crescere questa foresta di domande in un dialogo, che solo ogni tanto interrompo continuando la lettura del testo.
Ogni volta che le domande diventano una valanga inarrestabile, mi fermo, ascolto, lascio la lettura in sospeso, come se diventasse una parentesi.
La stessa cosa capita con una terza elementare pochi giorni dopo, quando un altro bambino avvista sugli scaffali un libro che non avevo preparato, ma che decidiamo di leggere insieme.
Si tratta di Mio nonno sta svanendo di Gilles Baum e Barroux, una conversazione tra un nipotino e il nonno di cento anni, che sta perdendo a poco a poco la memoria.
E ancora una volta tutto accade nel congegno ripetuto di una doppia pagina con testo brevissimo e immagine, ogni volta con sempre meno lettere e sempre più dettagli visivi.


Le parole si dissolvono mentre l’immagine si fissa nella nostra testa, come succede coi ricordi delle persone a cui abbiamo voluto bene.
Che è un po’ quello che dice Keanu Reeves in una famosa intervista al Late Show con Stephen Colbert – ringrazio per il reminder Alessia Carlozzo che ne ha parlato in questa puntata della sua newsletter It's Friday I'm (not) in love.
Stephen Colbert: “What do you think happens when we die, Keanu Reeves?” (Che cosa pensi che succeda quando moriamo?)
Keanu Reeves: “I know that the ones who love us, will miss us” (So che chi ci ama sentirà la nostra mancanza)
I ricordi rimangono con chi resta, così come accade per le domande.
Sia con Yeti sia con Mio nonno sta svanendo le domande non hanno interrotto la lettura, anzi sono diventate la lettura.
Le domande sono una forza dirompente, inarginabile.
Imprevedibili traiettorie
La lingua è come un astuccio da cui possiamo tirare fuori strumenti per comporre cose nuove, che non avevamo previsto.
Spesso è nell’errore che nascono stimoli improvvisi, come ho potuto notare durante un incontro con un gruppo di prima e seconda media, mentre gli mostravo la graphic novel Il giovane Darwin di Fabien Grolleau e Jérémie Royer (traduzione di Stefano Andrea Cresti). Ecco lo scambio che abbiamo avuto:
Io: “Sapete chi è Darwin?”
Un ragazzo: “Sì, quello della marmellata”.
Io: “In che senso?”
Il ragazzo: “Quello della fetta di marmellata che cade sul pavimento”.
Io: “Ahah, quello è Murphy, quello della legge di Murphy”.
Un altro ragazzo, ridendo: “Sì, ed esiste anche un meme sulla fetta di marmellata e un gatto, perché se ti cade una fetta di marmellata, cadrà sempre dalla parte della marmellata, così come un gatto si sa che cade sempre in piedi. Nel meme, fetta e gatto continuano a girare in un eterno loop” (a questo punto siamo statə tuttə trascinatə in una risata prolungata).
Ecco, da Darwin siamo finitə in un attimo tra confetture e felini, con un collegamento imprevisto al paradosso del gatto imburrato.
E di qui saremmo potutə poi passare al concetto generale di ‘paradosso’, alla sua etimologia (dal greco parádoxon, composto da para ‘contro’ e doxa opinione’), al gioco di parole rodariano dei prefissi, domandandoci cosa faremmo invece con uno sparadossi, per dire. E poi tornare a Murphy, che è anche il nome della protagonista del film Interstellar di Christopher Nolan, e di qui addentrarci nei buchi neri e nei paradossi temporali.
Insomma: uno stimolo tira l’altro e diventa scuola, in ogni momento.
Ci sono domande che riposano dentro di noi, ci sono conoscenze che sono lì pronte a essere risvegliate: quello che possiamo fare per renderle visibili è assecondare gli stimoli che le generano e vedere dove ci portano.
P.S.
Per chi sta nei dintorni di Brescia e si muove qui su Substack, vi segnalo che trovate un pezzettino di me anche nella newsletter mensile della Libreria Caleidoscopio 😉.
🖊️ Inversi
Oggi pochi versi dalla raccolta Cose che fanno poesia, scritta da Chiara Carminati e illustrata da Pia Valentinis.
La gruccia
La gruccia
si cruccia
appesa
a un punto di domanda.
Stretta nelle spalle
si chiede
perché
sotto i vestiti tutti
hanno corpo
tranne me?
📚 Ricordi tuoi, ricordi miei
Parlando di emersioni mi è venuto in mente un libro che poi ne ha generati altri due: si tratta di Mi ricordo di Joe Brainard, in cui l’autore affastella suoi ricordi: leggendoli, si innesca un potente meccanismo evocativo di nostri ricordi personali. Un esperimento letterario seguito anche da Georges Perec e da Matteo B. Bianchi, entrambi usciti con un libro dallo stesso titolo Mi ricordo. Provare per credere.
📽️ La speranza di farcela
Il coefficiente di cupezza aumenta con questa terza serie tv di Zerocalcare, ma il modo in cui riesce a dire le cose sempre nel modo giusto è splendido. Anzi, l’aspetto visivo diventa ancora più implacabile, riesce a leggerti dentro usando metafore come nella scena delle mura, che dopo riesci solo a dire: “Datemi ancora e ancora cose fatte così bene come Due spicci”. Sta su Netflix.
🎧 Insieme è meglio
Il consiglio è per Tughèder. Mondi in comune, podcast in quattro episodi pensato e scritto da Lilith Moscon per bambinə dai 6 ai 10 anni. Un bel modo di raccontare come si vive insieme, imparandolo ogni volta da altri animali: microbi, formiche, oche, balene. Vi linko il primo episodio Amici per la pelle, amici per i microbi.
Mi sa che è tutto, noi ci leggiamo alla prossima Linguetta!
Non smettiamo mai di assecondare stimoli e generare domande, che in fondo basta usare il 💖, lo stesso cuore che sta qui sotto e che potete pigiare per dirmi se v’è piaciuta la puntata (così come i pulsanti di commento e restack).
Per rendere tutto più intenso e personale, potete scrivermi all’indirizzo alesci.andrea.m@gmail.com.
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Libri e dintorni
L’ultimo libro che ho scritto è L’arcipelago delle isoleombra (Sabìr, 2024, illustrazioni di Marianna Balducci).
Se volete invitarmi da qualche parte a raccontare di isole, mari, lingua, oppure per leggere ad alta voce albi illustrati, scrivetemi o mandatemi un corvo 😜.












